Divorzio: la Cassazione si è espressa sull’assegno all’ex

Nell’udienza pubblica odierna delle Sezioni Unite di Corte di Cassazione, chiamate a pronunciarsi sul criterio per la determinazione dell’assegno di divorzio dopo la nota Sentenza Grilli, il Pg ha chiesto il “ritorno al tenore di vita“, sulla questione dell’assegno di divorzio dopo la Sentenza Grilli (n. 11504/2017) che aveva di fatto abbandonato il criterio del tenore di vita.

Secondo il nuovo pronunciamento occorrerà tornare a valutare anche il tenore di vita e non soltanto l’autosufficienza economica. Il Pg della Cassazione, Marcello Matera, sostiene infatti che il criterio del tenore di vita goduto durante il matrimonio va ancora preso a riferimento nelle cause di divorzio al fine di valutare il diritto del coniuge più debole a ricevere l’assegno di divorzio.

Le Sezioni Unite sono chiamate a decidere sull’accoglimento o meno del ricorso di una donna contro l’ex marito che in appello, dopo la sentenza Grilli aveva ottenuto la revoca dell’assegno di divorzio che corrispondeva mensilmente all’ex moglie.

Per la Corte di Cassazione, l’assegno di divorzio sarà dunque da valutare caso per caso:
“Ogni singolo giudizio richiede necessariamente la valutazione delle peculiarità del caso concreto perché l’adozione di un unico principio di giudizio – come quello stabilito dalla sentenza del 2017 – corre il rischio di favorire una sorta di giustizia di classe”. Questo quanto sottolineato da Matera nella sua requisitoria innanzi alla Suprema Corte. Può anche convenirsi, ha proseguito Matera, “sul fatto che il criterio dell’autosufficienza può essere preso come parametro di riferimento, ma non si può escludere di rapportarsi anche agli altri criteri stabiliti dalla legge quali la durata del matrimonio, l’apporto del coniuge al patrimonio familiare, il tenore di vita durante il matrimonio”.

Ora spetterà alle Sezioni Unite decidere se confermare il verdetto Grilli e mandare in pensione il tenore di vita o meno. La decisione sarà depositata tra circa un mese.

Cure per l’Alzheimer gratis: svolta storica in Cassazione

Svolta storica per chi ha un parente malato di Alzheimer. Dopo la storica decisione della Cassazione, la class action è già partita. Le famiglie, che si sono ritrovate sole ad affrontare la malattia e che hanno pagato per anni quasi duemila euro al mese per garantire assistenza ai parenti affetti da Alzheimer, ora chiedono di essere risarcite. La Cassazione, infatti, ha stabilito che i costi devono essere sostenuti dallo Stato. Di conseguenza la Regione Lazio rischia adesso di dover rimborsare migliaia di cittadini per le spese di degenza delle rette nelle Residenze sanitarie assistenziali.

Dando ragione alla figlia di un anziano, il Tribunale civile di Roma ha condannato la Regione a risarcire la donna per le spese sostenute nel periodo in cui il padre era stato ricoverato. Secondo i giudici, i costi per l’assistenza dei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, infatti, devono essere interamente a carico del Sistema sanitario nazionale, senza gravare su pazienti e familiari.

Alzheimer: quasi 5mila richieste aiuto nel’17, meta’ in Lombardia

Pronto Alzheimer, la prima linea telefonica in Italia di orientamento e assistenza alle persone con demenza e ai loro familiari, ha risposto a 4.808 richieste di aiuto da tutta Italia, solo nel 2017. La meta’ proviene da Lombardia e Milano. Nato nel 1993, il numero telefonico 02-809767 viene gestito da allora ininterrottamente dalla Federazione Alzheimer Italia, la maggiore non profit nazionale dedicata al sostegno dei malati (oltre 1,2 milioni in Italia secondo le ultime stime) e di chi vive loro accanto. 45549 e’ il numero solidale a cui si puo’ inviare un sms (per donare 2 euro) o effettuare una chiamata da rete fissa (per donare 5 o 10 euro) dal 21 gennaio al 10 febbraio 2018 per sostenere Pronto Alzheimer che ogni giorno fornisce gratuitamente consulenze attraverso la disponibilita’ e la competenza di operatori specializzati e di volontari. Nei suoi 24 anni di attivita’ Pronto Alzheimer ha risposto e gestito oltre 150mila richieste. I quasi 5mila contatti del 2017, spiega l’organizzazione, sono giunti attraverso telefonate ma anche e-mail e lettere – ed hanno ricevuto in risposta un consiglio relativo alla gestione del malato in casa e in situazioni specifiche, un’indicazione sulle strutture sul territorio a cui rivolgersi, una risposta di carattere legale o previdenziale, un aiuto psicologico. Un numero sempre crescente di persone chiede inoltre un appuntamento presso lo sportello di Pronto Alzheimer, per poter avere un contatto diretto con gli operatori, anche alla presenza del proprio familiare malato. Provenienti da tutta Italia, le richieste di aiuto si concentrano in particolare in Lombardia, dove si contano 2.098 contatti (di cui 1.431 solo a Milano, dove ha sede principale la Federazione Alzheimer Italia). Segue il Lazio con 255 contatti, principalmente localizzati nella capitale. Seguono Piemonte (208), Emilia Romagna (172), Veneto (162). Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, ha sottolineato che “la persona con demenza deve essere posta al centro, con la sua dignita’ e una qualita’ di vita sempre piu’ elevata. Questa e’ la nostra priorita’ quotidiana, che guida ogni nostra scelta e ogni progetto che portiamo avanti con energia e con la forza di non essere soli”.

La decisione

La decisione del Tribunale si basa su una sentenza di piazza Cavour, che ha stabilito l’impossibilità di distinguere, in caso di Alzheimer, tra «le quote di natura sanitaria (a carico della Regione) e quelle di natura assistenziale (a carico dei pazienti), stante la stretta correlazione, con netta prevalenza delle prime». Tradotto: i costi del soggiorno in Rsa, in questo caso, sono totalmente a carico dello Stato. La malattia di Alzheimer e’ la piu’ comune causa di demenza (rappresenta il 60% di tutti i casi).

Fonte: Affari Italiani

Pensione di reversibilità anche al separato “per colpa”

La Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 2606 del 2 febbraio 2018, ha statuito che la pensione di reversibilità va riconosciuta “anche al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte, assolvendo il trattamento alla funzione di sostentamento in precedenza indirettamente assicurato dalla pensione in titolarità del coniuge defunto”.

Cass. civ. Sez. lavoro, 2 febbraio 2018, n. 2606
A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 1987 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dellaL. 30 aprile 1969, n. 153,art.24e dellaL. 18 agosto 1962, n. 1357,art.23, comma 4nella parte in cui escludono dalla erogazione della pensione di reversibilità il coniuge separato per colpa con sentenza passata in giudicato – tale pensione va riconosciuta al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. RIVERSO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19986/2012 proposto da:

P.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO POMA, 2, presso lo studio degli avvocati SILVIA ASSENNATO, MASSIMILIANO PUCCI, che la rappresentano e difendono, giusta procura speciale notarile in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN, GIUSEPPINA GIANNICO, LIDIA CARCAVALLO, giusta delega in calce alla copia notificata del ricorso;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1060/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 06/09/2011 R.G.N. 325/2007;

il P.M. ha depositato conclusioni scritte.

Svolgimento del processo

che la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 1060/2010/accoglieva l’appello proposto dall’Inps avverso la sentenza che aveva accolto la domanda di P.C. azionata, nella qualità di erede di V.G. suo ex coniuge deceduto il (OMISSIS), allo scopo di ottenere la pensione di reversibilità ancorché ella fosse separata con addebito per colpa;

che, secondo la Corte d’Appello, poiché la P. non fruiva di erogazione di alimenti in capo all’ex coniuge ed in suo favore, non poteva rivendicare dopo il decesso di costui l’attivazione di un trattamento previdenziale a suo vantaggio, posto che la pensione di reversibilità non è solo la prosecuzione in favore di terzi del pregresso diritto a pensione dell’avente titolo, ma è la prosecuzione in favore di terzi aventi diritto; nè poteva condividersi l’affermazione del giudice di primo grado che indicava nella prosecuzione di vivenza carico la fonte della riconversione del trattamento medesimo; trattandosi infatti di presunzione essa era vinta da circostanze opposte, come per l’appunto la separazione senza concorso agli alimenti in favore del coniuge cui è stata addebitata la separazione medesima;

che contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione P.C. con un motivo di ricorso nel quale prospetta la violazione e falsa applicazione dellaL. 21 luglio 1965, n. 903,art.22, dellaL. n. 153 del 1969,art.24, dell’art. 433 c.c. (in relazioneall’art. 360 c.p.c., n. 3) atteso che, secondo la costante giurisprudenza, la pensione di reversibilità va riconosciuta non solo al coniuge in favore del quale il coniuge defunto era tenuto a corrispondere un assegno di mantenimento, ma a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 1987, anche al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza carico del lavoratore al momento della morte, assolvendo il trattamento alla funzione di sostentamento in precedenza indirettamente assicurato dalla pensione in titolarità del coniuge defunto;

che l’Inps ha depositato procura ed il Procuratore Generale ha depositato requisitoria scritta nella quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

che la ricorrente è vedova separata con addebito – ancorché sulla base di sentenza non passata in giudicato alla morte del marito – di G.G.B., deceduto il (OMISSIS), e che la sentenza impugnata le ha negato la pensione di reversibilità in quanto non era titolare di assegno di mantenimento all’atto del decesso del coniuge;

che il ricorso è fondato, posto che questa Corte di Cassazione ha già più volte chiarito (cfr., ad es. Cass. 19 marzo 2009 n. 6684, n. 4555 del. 25.2.2009, n. 15516 del 16 ottobre 2003) che a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 1987 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dellaL. 30 aprile 1969, n. 153,art.24e dellaL. 18 agosto 1962, n. 1357,art.23, comma 4nella parte in cui escludono dalla erogazione della pensione di reversibilità il coniuge separato per colpa con sentenza passata in giudicato – tale pensione va riconosciuta al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte;

che in particolare è stato affermato che, dopo la riforma dell’istituto della separazione personale, introdotto dal novellatoart. 151 c.c.e la sentenza della Corte Cost. non sia più giustificabile il diniego, al coniuge cui fosse stata addebitata la separazione, di una tutela che assicuri la continuità dei mezzi di sostentamento che il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornirgli;

che la motivazione del giudice delle leggi, se conduce ad equiparare con sicurezza la separazione per colpa a quella con addebito, non autorizza l’interprete a ritenere che sia residuata una differenza di trattamento per il coniuge superstite separato in ragione del titolo della separazione;

che se è possibile individuare contenuti precettivi ulteriori, essi riguardano esclusivamente il legislatore, autorizzato a disporre che il coniuge separato per colpa o con addebito abbia diritto alla reversibilità ovvero ad una quota, solo nella sussistenza di specifiche condizioni;

che invero, nonostante che la Corte costituzionale, nell’occasione indicata e in altre successive (sentt. nn. 1009 del 1988, 450 del 1989, 346 del 1993 e 284 del 1997) abbia giustificato le proprie pronunce anche con considerazioni legate alla necessità di assicurare la continuità dei mezzi di sostentamento che in caso di bisogno il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornire all’altro coniuge separato per colpa o con addebito, il dispositivo della decisione dichiarativa dell’illegittimità costituzionale della norma esaminata non indica condizioni ulteriori, rispetto a quelle valevoli per il coniuge non separato per colpa, ai fini della fruizione della pensione;

che ad ambedue le situazioni è quindi applicabile laL. 21 luglio 1965, n. 903,art.22, il quale non richiede (a differenza che per i figli di età superiore ai diciotto anni, per i genitori superstiti e per i fratelli e sorelle del defunto, etc.), quale requisito per ottenere la pensione di reversibilità, la vivenza a carico al momento del decesso del coniuge e lo stato di bisogno ma unicamente l’esistenza del rapporto coniugale col coniuge defunto pensionato o assicurato;

che in definitiva, nella legge citata la ratio della tutela previdenziale è rappresentata dall’intento di porre il coniuge superstite al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno, senza che tale stato di bisogno divenga (anche per il coniuge separato per colpa o con addebito) concreto presupposto e condizione della tutela medesima;

che non essendosi attenuta alla regola indicata, desumibile dallaL. 21 luglio 1965, n. 903,art.22, quale risultante dalla dichiarazione di incostituzionalità della L. 30 aprile 19659, n. 153, art. 24, la sentenza impugnata va cassata; e non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, può procedersi alla decisione nel merito, con l’accoglimento della domanda proposta da P.C. nei confronti dell’INPS;

che le spese seguono la soccombenza come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, pronunciando nel merito, accoglie la domanda originaria. Condanna l’INPS al pagamento delle spese processuali dell’intero processo che liquida in complessivi Euro 2500 per il giudizio d’appello di cui Euro 1000 per diritti ed in Euro 2700 per il giudizio di legittimità, di cui 2500 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali ed accessori di legge. Conferma la liquidazione delle spese effettuata dal tribunale per il giudizio di primo grado.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 15 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2018

Fonte: Corte di Cassazione

I messaggi Whatsapp costituiscono prove !

Ai sensi dell‘art. 234 cod. proc. pen. i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono (Sms, Messaggi WhatsApp, Messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti. La Corte di Cassazione, quinta sez. penale, con la sentenza n. 1822/2018 entra nel merito di una questione oggi molto dibattuta come la natura giuridica dei vari strumenti di comunicazione legati all’innovazione tecnologica, ed in particolare ai più moderni cellulari.

La questione ormai è di grande attualità, poiché nell’era digitale è cambiato il modo di comunicare ed anche molte trattative di ordine commerciale si svolgono utilizzando tali strumenti. Nel caso di specie viene presentato ricorso alla Suprema Corte contro l’ordinanza del Tribunale di Imperia che, in funzione di giudice del riesame, aveva confermato il decreto di sequestro probatorio disposto dal PM nei confronti di un’indagata per reati fallimentari avente ad oggetto, tra l’altro, le e-mail spedite e ricevute da account in uso all’indagata, nonché il telefono cellulare del tipo smartphone, successivamente restituito previa estrazione di copia integrale dei dati informatici memorizzati (sms, messaggi WhatsApp, e-mail).

La Suprema Corte chiarisce che i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono (sms, messaggi whatsApp, messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen. Di conseguenza la relativa attività acquisitiva non soggiace né alle regole stabilite per la corrispondenza, né alla disciplina delle intercettazioni telefoniche.

Secondo l’insegnamento della Corte di legittimità non è applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 cod. proc. pen. con riferimento a messaggi WhatsApp e SMS rinvenuti in un telefono cellulare sottoposto a sequestro, in quanto questi testi non rientrano nel concetto di “corrispondenza”, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (v. Sez. 3, n. 928 del 25/11/2015).

La doglianza sollevata dalla difesa in merito alla acquisizione di copia anche di documenti non rilevanti e, comunque, non sequestrabili siccome non pertinenti al reato o addirittura relativi al mandato difensivo, non inficia, secondo la Corte la validità del provvedimento di sequestro, per cui diventa irrilevante. Infine, in merito alla questione del sequestro di informazioni scambiate tra indagata e difensore, è sufficiente osservare che, non vertendosi in tema di sequestro di corrispondenza per le ragioni esposte in precedenza , è del tutto inopportuno il richiamo al divieto di cui all’art. 103 comma 6 cod. proc. pen.

SCARICA QUI LA SENTENZA

Fonte: Altalex

Notifica degli atti giudiziari nel 2018

La Legge di bilancio 2018 ha introdotto diverse modifiche alla disciplina in materia di notificazioni di atti giudiziari e multe. In particolar, la legge interviene sulle notificazioni a mezzo posta, al fine di garantire l’effettiva operatività del principio di efficienza del servizio e del risparmio di spesa. La riforma incide sul procedimento civile, su quello penale e su quello amministrativo, nonché sui procedimenti avverso alle sanzioni amministrative (art.1, comma 461).

La riforma tocca dunque la Legge n. 890/82, facendo venir meno il pluriennale monopolio detenuto da Poste Italiane e intervenendo sugli istituti della irreperibilità del destinatario, della legittimità a ricevere il plico contenente l’atto da notificare e modifica anche quelle che sono le indicazioni da inserire sulla busta.

Servizio svolto da operatori privati
Una delle principali novità introdotte dalla Legge di bilancio è la possibilità riconosciuta anche a operatori privati, di svolgere l’attività di notificazione, purché siano in possesso della relativa licenza. Al pari degli addetti a Poste Italiane, anche gli operatori privati rivestiranno la qualità di pubblici ufficiali ai fini dell’attività di notificazione. I moduli che possono essere utilizzati dovranno rispondere ai modelli predisposti dall’AGCOM.

La consegna del plico dovrà avvenire nelle mani del destinatario (anche se dichiarato fallito); se non presente, la consegna dovrà essere effettuata a persona di famiglia, anche temporaneamente convivente, oppure a persona addetta alla casa, purché non abbia un’età inferiore a quattordici anni.

Indennizzo in caso di smarrimento del plico. Gli obblighi dell’operatore.
La nuova normativa prevede che in caso di smarrimento del plico, l’operatore tenuto all’attività di notifica, dovrà corrispondere un indennizzo al mittente dello stesso, nella misura stabilita dall’AGCOM. Nessuna indennità dovrà invece essere dovuta nel caso di smarrimento dell’avviso di ricevimento; tuttavia, l’operatore è tenuto a rilasciare al mittente un duplicato dello stesso, senza ulteriori costi aggiuntivi.

Di prassi, nel caso in cui il mittente abbia indicato un indirizzo PEC, l’avviso di ricevimento verrà trasmesso al medesimo in formato digitale; presso l’ufficio dell’operatore, sarà conservato il documento cartaceo, che potrà essere ritirato dal mittente.

Nuovi criteri per l’assegno divorzile

L’assegno divorzile trovava presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio. Ai fini del calcolo dell’assegno in questione, dovevano dunque essere per quanto possibile ripristinate le precedenti condizioni economiche, per ristabilire un certo equilibrio.

La Cassazione Civile, sez. I, con la recente sentenza 10 maggio 2017, n. 11504, ha invece abbandonato il criterio di adeguamento dell’assegno divorzile al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. La Corte ha stabilito infatti che il criterio del tenore di vita, applicato all’an debeatur, non possa più essere il valido criterio per la determinazione dell’assegno divorzile, proprio perché, con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale e tale criterio, una volta applicato limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto, finirebbe per operare un ripristino del vincolo.

In sintesi:

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”  (Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10 maggio 2017, n. 11504).

Il principio espresso nella suddetta pronunzia è applicabile anche a tutti i processi già pendenti ed avviati prima della pronunzia stessa.


Il parametro di riferimento fondamentale ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile si fonda sul giudizio di adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla “possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»” dello stesso di procurarseli.   Tale assunto è inscindibilmente connesso al raggiungimento dell’indipendenza economica” del richiedente: se si accerta che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto all’assegno divorzile.

I principali “indici”per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la sussistenza, o no, dell’”indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e, quindi, l’”adeguatezza”, o no, dei «mezzi», nonché la possibilità, o no «per ragioni oggettive», dello stesso di procurarseli -possono essere così indicati:

a) il possesso di redditi di qualsiasi specie;
b) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l’assegno;c) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;d) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Il Tribunale, Milano, sez. IX civile, ordinanza 22 maggio 2017, ha subito applicato i nuovi principi specificando che: “Per indipendenza economica deve intendersi la capacità per una persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio  sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali)”.

Il Tribunale di Milano, adeguandosi ai nuovi criteri di determinazioni, elaborati dalla Corte di Cassazione, ha aggiunto un altro elemento valutativo: l’importo minimo reddituale oltre il quale chi richiede l’assegno divorzile non può ottenerne il riconoscimento. Il reddito mensile minimo, per accedere all’assegno di divorzio, viene fissato in Euro 1.000, mensili.

Il coniuge più debole che ha richiesto l’assegno di divorzio non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve, infatti, dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio.

FONTE: ALTALEX

Il Biotestamento con 180 Sì è Legge dello Stato

Il Biotestamento, dopo uno stallo durato otto mesi e forti tensioni all’interno della maggioranza, appelli di senatori a vita e sindaci di tutta Italia, incassa il via libera definitivo dell’aula di Palazzo Madama e diventa legge dello Stato. La legge che regola il fine vita è stata approvata con 180 sì, 71 contrari e sei astensioni.

I dirigenti dell’associazione Coscioni hanno assistito dalla tribuna dell’Aula del Senato alla conclusione dell’esame sul biotestamento. Il presidente del Senato ha rivolto loro un saluto durante i lavori di Aula: “Pur nella diversità delle opinioni, di fronte a noi dobbiamo tener presente la vita reale delle persone, i loro bisogni, le loro sofferenze, le loro aspettative. Possiamo dire di aver assolto al nostro compito quando, in coscienza, decidiamo secondo criteri di responsabilità, cercando tutti insieme la strada di maggior condivisione possibile anche sulle questioni più divisive”: così Pietro Grasso, nel corso del tradizionale scambio di auguri di fine anno con la stampa parlamentare, commentando l’approvazione del biotestamento.

Con gli occhi gonfi di lacrime, non solo la madre e la fidanzata di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, ma anche la pm Tiziana Siciliano e il pubblico presente, hanno guardato le immagini del filmato de Le Iene, nel quale si vede l’agonia della sua condizione di cieco e tetraplegico e anche una sua crisi respiratoria. “Andrò via col sorriso perché vivo nel dolore” sono alcune delle parole di Fabo.

Davanti alla Corte d’Assise di Milano (presidente Ilio Mannucci Pacini), composta anche da giurati popolari, anche loro a tratti visibilmente commossi, sono state proiettate in aula, come chiesto dai pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini (avevano chiesto l’archiviazione dell’accusa per Cappato, ma è poi stato il gip a disporre l’imputazione coatta), parti del filmato integrale di circa due ore dell’intervista rilasciata da Antoniani, morto col suicidio assistito il 27 febbraio scorso in una clinica svizzera, a Giulio Golia, inviato del programma tv e che è stato ascoltato come teste durante la visione del video. “Alla Procura interessa fare chiarezza su quelle che erano le condizioni di Antoniani e sulle sue volontà”, ha spiegato il pm Siciliano che mentre venivano trasmesse le immagini aveva gli occhi bagnati dalle lacrime, così come la fidanzata di Fabo, Valeria, e la madre, Carmen, e anche gran parte delle persone presenti nell’aula, tra cui molti cronisti.

Le persone “sottoposte a sofferenze terribili con malattie irreversibili“, come Fabiano Antoniani, hanno “il diritto di scegliere come morire, è un diritto umano fondamentale” e “per me era un dovere aiutare Fabiano, sono responsabile di averlo aiutato”: così, interrogato nel processo per aiuto al suicidio, Marco Cappato, precisando però di non aver “rafforzato il suo intento”. Fabo, ha raccontato, “mi diceva ‘se non mi aiuti, uno che mi spara lo trovo'”.

LEGGE SUL BIOTESTAMENTO IN 10 PUNTI

Padre assente, paga i danni al figlio

Padre assente: non basta assolvere al dovere del mantenimento, se il padre risulta assente dalla vita del figlio è tenuto al risarcimento del danno fin dalla nascita. Lo ha affermato il tribunale di Cassino, con la recente e interessante sentenza (n. 832/2016 qui sotto allegata) condannando un papà a risarcire alla figlia, naturale, ormai adolescente, 52.000 euro a titolo di danno non patrimoniale per non essere stato praticamente mai presente nel corso della sua vita, pur essendo in regola con il pagamento del mantenimento.

Quanto  alla richiesta di risarcimento danni per abbandono del minore da parte di un padre assente, la questione si inserisce, afferma il giudice, nella più vasta problematica della responsabilità aquiliana nei rapporti familiari oggetto di una rielaborazione condotta sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali della persona.

Da tempo, in merito, la giurisprudenza ha enucleato la nozione di “illecito endofamiliare”, secondo la quale, la violazione dei relativi doveri familiari nel caso in cui la stessa provochi la lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c. E in tale ambito non può che rientrare il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, che, ha spiegato il tribunale, “determina un’immancabile ferita di quei diritti nascenti dal rapporto di filiazione, che trovano nella carta costituzionale e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela”.

Nel caso di specie, sebbene la minore apparisse serena e con un percorso evolutivo sostanzialmente regolare, ha osservato il giudice, “il Ctu ha sottolineato le possibili problematiche nell’evoluzione della crescita psicologica e quelle, nella vita da adulta, attinenti alla formazione di rapporti sani e durevoli con l’altro sesso”. 

È chiaro, dunque, prosegue la decisione, che il padre “è figura sostanzialmente del tutto assente nella vita della figlia e, pur rispettando l’obbligo al mantenimento, si è limitato a vederla in rarissime occasioni, dietro palese sollecitazione del giudice, ma non facendo nulla per instaurare un normale legame affettivo addirittura delegando l’incombenza alle di lui madre e sorella”.

E la privazione della figura genitoriale paterna, quale punto di riferimento fondamentale soprattutto nella fase della crescita, “integra un fatto generatore di responsabilità aquiliana c.d. endofamiliare la cui prova, secondo la S.C., può essere offerta sulla base anche di soli elementi presuntivi, considerando la particolare tipologia di danno non patrimoniale, consistente nella integrale perdita del rapporto parentale che ogni figlio ha diritto di realizzare con il proprio genitore e che deve essere risarcita per il fatto in sè della lesione (cfr. Cass. n. 16657/2014)”.

Per cui, la liquidazione di siffatto danno non patrimoniale non può che essere equitativa stante “l’obiettiva impossibilità o particolare difficoltà di fornire la prova del quantum debeatur” e va liquidata, ha concluso la sentenza in 52mila euro, pari a 4mila euro all’anno dalla nascita ad oggi.

Leggi la sentenza: sentenza-tribunale-cassino

 Fonte Studio Cataldi: “Il padre assente paga i danni al figlio dalla nascita”

Assegno di mantenimento e assegno divorzile

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile alla luce delle recenti sentenze della Cassazione.

La determinazione dell’assegno di mantenimento sulla base del tenore di vita dei coniugi, tenuto conto delle altre circostanze e dei redditi dell’obbligato, è l’espressione di valori costituzionali contenuti nell’art. 29 Cost.

In caso di separazione separazione personale dei coniugi, sussiste l’obbligo di consentire al coniuge separato più debole di mantenere lo stesso tenore di vita precedentemente goduto. Permane l’obbligo di assistenza materiale nel quale si concretizza l’assegno di mantenimento.

Al contrario la solidarietà post-coniugale, che sta alla base dell’assegno di divorzio, è limitata, secondo i principi di diritto recentemente affermati, alla non autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno.

  • l’assegno di mantenimento mira a mantenere, in favore del coniuge più debole economicamente, lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio;
  • l’assegno di divorzio, invece, ha solo lo scopo di garantire all’ex coniuge più debole economicamente il necessario per vivere ed essere autosufficiente (almeno finché non lo potrà essere con le proprie gambe).
  • Il che significa anche che l’assegno divorzile non deve essere calcolato in base al precedente tenore di vita della coppia (essendo venuto meno ogni rapporto tra i due coniugi, ivi compresa la reciproca contribuzione economica). S
  • Se il reddito del coniuge più “povero” consente comunque a quest’ultimo di mantenersi da solo, questi non avrà diritto ad alcun contributo dall’ex. Ben potrebbe quindi aversi una situazione in cui il marito, benché particolarmente benestante, debba pagare alla moglie un assegno divorzile molto basso o addirittura non debba pagarle nulla se quest’ultima è titolare a sua volta di redditi sufficienti a mantenersi.

In sintesi, la principale differenza tra l’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio sta in questo: il primo è misurato in modo da garantire «lo stesso tenore di vita» che la coppia aveva quando ancora stava insieme; il secondo invece è improntato al criterio di autosufficienza economica.

La separazione personale dei coniugi, a differenza dello scioglimento del matrimonio o della cessazione dei suoi effetti civili non estingue il vincolo coniugale.

Il dovere di assistenza materiale, nel quale si concretizza l’assegno di mantenimento, non viene meno in quanto costituisce una dei cardini fondamentali del matrimonio e non è incompatibile con la fase, che talvolta può essere anche solo temporanea, della separazione.

La stessa cosa non può essere affermata in merito alla solidarietà post-coniugale che sta alla base dell’assegno di divorzio.

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 12196 del 16.05.2017, a pochi giorni di distanza, richiama la sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, con la quale si afferma che, ai fini dell’attribuzione dell’assegno divorzile, l’esclusivo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi o dell’impossibilità oggettiva di procurarseli deve essere quello dell’indipendenza economica del richiedente.

Esiste una profonda differenza fra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi connessi alla solidarietà post-coniugale nel giudizio di divorzio.

Nella separazione, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione, ma rimangono immutati i doveri di natura patrimoniale – in caso di non addebitabilità della separazione – che assumono forme diverse adeguate alla nuova situazione.

 

Casa in comodato alla nuora dopo la separazione

La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 21467/ 2016 della III sezione civile, ritorna sull’argomento della casa data in comodato ai coniugi: in caso di separazione e assegnazione della casa coniugale alla moglie-nuora, la casa resta in uso alla nuora.

Qualora i genitori del marito, come spesso accade, al momento del matrimonio o successivamente, abbiano concesso in comodato al figlio e alla nuora la propria casa di proprietà, al momento della separazione rischiano di dover aspettare molti anni prima di rientrarne in possesso.

Se infatti la casa coniugale è assegnata alla moglie collocataria dei figli minori,  i suoceri  dovranno attendere che vengano meno le necessità familiari che avevano determinato il comodato: ovvero, come minimo, la maggiore età dei nipoti.

Già le stesse  Sezioni Unite, con la sent. 13603/2004, stabilivano che  “ove il comodato di un bene immobile sia stato stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare già formato o in via di formazione, si versa nell’ipotesi del comodato a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare“.

Infatti, in tal caso, per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari  idoneo a conferire all’uso il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà “ad nutum” del comodante, a cui resta salva la facoltà di chiedere la restituzione nell’ipotesi di sopravvenienza di un bisogno urgente e non prevedibile.

Ne deriva che il rapporto, sorto per uso determinato, abbia una durata determinabile per relationem, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente dunque dall’insorgere di una crisi coniugale ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari che avevano legittimato l’assegnazione dell’immobile.
Puoi leggere la sentenza cliccando qui: sentenza n. 21467/2016